|
Imponenti e solitari al centro di un grosso vasto campo, si ergono due grossi muri composti da pietre ben squadrate. Sono i resti del Capitolium di Aquinum, il maggiore tempio della città, dedicato probabilmente a Giove o a Cerere Elvina, tempio alquanto distante dal resto della città e quasi a ridosso delle mura di cinta. Il primo di questi muri residui è un grandioso rudere in opera quadrata, in origine lungo ventisei metri e spesso più di uno. In alto è conservato parte del fregio dorico come metope che ne costituiva il coronamento. La parete poggia su un podio, all’esterno ancora visibile, alto due metri e quaranta e composta da quattro filari di pietre squadrate, con la prima e l’ultima che sporgono leggermente in fuori. L’altro frammento di muro è spesso un metro , è di stile corinzio con sette scanalature ed è conservato per tutta la sua altezza. Questo è sicuramente l’edificio dell’Aquino romana più "maltrattato" e i cui resti sono stati riadoperati un po’ dappertutto. Dalla chiesa della Madonna della Libera ed altre chiese, per finire pare, addirittura a far da armatura ad un antico ponte sul Melfa nel punto attraversato dall’autostrada del Sole e oggi non più esistente. E’ stato anche uno degli edifici più studiati già nel secolo scorso, visto e disegnato da molti viaggiatori dell’epoca. Nelle sue immediate vicinanze spessissimo sono stati effettuati scavi, legali e illegali, e ancor oggi, nonostante il "raschiamento" continuo, dalla terra arata a volte ancora fuoriescono delle sorprese a testimonianza della ricchezza e del numeroso materiale di cui era depositario.
Uno degli scavi più proficui ci fu all’inizio dell’ottocento. Fu scoperta la stipe votiva del tempio, ricchissima di terrecotte. Gli scavi durarono diversi mesi, e furono così produttivi che il ministro della Real Casa (di Napoli) inviò sul posto due ispettori. Nella relazione di uno di questi sono descritti alcuni ritrovamenti probabilmente finiti nel museo archeologico di Napoli: "…osservai finalmente due teste di marmo rinvenute nello scavo suddetto, che sono colossali e di donne, che crede il sig. can.lo Spezia essere di Pallade e Giunone"
|